Liceo. Se c'è una cosa che amo fare, oltre a uscire tutte le sere, è scrivere e leggere. Ho una doppia vita, da una parte c'è la dolce ragazza dai lunghi capelli biondi che tutti i genitori vogliono come amica dei propri figli, perché ha la testa sulle spalle e ci si può fidare della sua parola.
Dall'altra c'è un'anima in pena, che sa che sta cercando qualcosa, ma non sa esattamente cosa e non si sente mai esattamente al suo posto, pur sentendosi a suo agio ovunque, con chiunque.
Non è proprio una doppia personalità dal risvolto clinico, è più una sfaccettatura mistica: sono cresciuta, per modo di dire, con Yogananda, le filosofie indoeuropee e i discorsi paranormali.
A dieci anni avevo letto tutto ciò che era stato pubblicato in italiano sugli UFI, avevo piuttosto nitide le correnti reincarnazioniste orientali, avevo un'ammirazione per la natura dell'uomo e soprattutto, ero profondamente attratta dal mistero. L'universo, la morte, il tempo.
Non mi sono mai sentita né nel luogo né nell'epoca adatta a me, d'altra parte, quello che cerco dev'essere in una dimensione che non ha né spazio né tempo.
Gli anni del liceo mi infastidiscono, mi impediscono di fare quello che voglio fare, sia bivaccare, sia proseguire con le mie ricerche personali. Ho un senso di insoddifazione che grava sullo stomaco, ma mi piace scrivere perché quando sono sola con la penna, sono con qualcuno che stimo: non c'è niente che mi distragga, mi catapulto in una dimensione parallela senza bisogno di scomodare le leggi fisiche o le teorie di cunicoli o stringhe varie. Siamo soltanto io, la penna, l'inchiostro, gli spazi neri delle parole, gli spazi bianchi del respiro.
Tre ore di tema generico, su qualcosa che desideriamo per il nostro futuro. Il mio lato filosofico viene stimolato a dismisura e la penna parte libera. Non c'è niente di concreto in quello che scrivo, c'è semplicemente teoria, pura filosofia.
Ad anni di distanza mi sembra un trattato di Epicuro, sulla liberazione dalle passioni, sulla necessità di raggiungere una sorta di atarassia positiva. Si intravede la traccia del mio Cammino, che non è un paranoico sentiero verso l'occulto stregonesco ma è un'attenta riflessione sul bene e il male, già priva di preconcetti e dunque, a posteriori, intravedo un primo approccio alla comprensione.
La comprensione. E' una parola abusata, spesso anche da me che però la intendo come un mare di latte dove pure una goccia di nero inchiostro si perde, non per annullamento, ma per assimilazione. Non c'è nessun rifiuto, ma per capirlo, ho sperimentato il rifiuto.
Ho rifiutato, mi sono ribellata, ostinata, e per contro, sono stata rifiutata, non compresa. Sono stata inchiostro, sono stata latte. Felicità è essere colui che ha il cucchiaio.
Avere il cucchiaio non significa rifiutare le emozioni, averne paura, o sentirsene superiori. Queste sono tutte forme di fobia, di rifiuto, di ostinazione e dunque, di dipendenza. La ricerca della felicità, invece, ci porta a comprendere: che non significa porgere l'altra guancia, rassegnarsi al buonismo, perdonare un'ingiustizia. Comprendere significa inamicarsi il nemico, per renderlo nullo, affondare nel mare osservando qualsiasi cosa vi troviamo, senza chiamare al convivio il giudizio.
Significa sperimentare, come scrivevo in precedenza.
Passeggio con la mia migliore amica lungo le vie del paese come facevo tutte le sere con lei, prima che morisse. Mi dice che è tornata come messaggera, per rispondere ad un quesito che inconsciamente e consapevolmente mi pongo in continuazione. Dopo di ciò, non l'ho mai più rivista. Ripercorro idealmente le passeggiate "a caccia di fantasmi" con persone che a loro volta sono diventate tali, violentando la mia mente con la loro morte.
Ho sperimentato, ho affondato il cucchiaio nell'universo nero e fra le tante cose che ho imparato da questo, ho la consapevolezza che non esiste essere umano che, oggi, possa minimamente distruggere quello che ho costruito a suon di legnate e di mattoni levati dalle fondamenta della mia esistenza. C'è sempre un modo per salire la montagna sacra e ho tutta l'intenzione di calpestarlo.
Ritorno agli anni della scuola in questo mio viaggio a ritroso, per soprire quella che ero. Trovo di non essere cambiata molto, c'è un quid che rappresenta il filo conduttore di tutto, nel bene e nel male. Probabilmente affronterei molte situazioni in modo differente oggi, ma la trama del film più meno resta invariata. Non so dire se ho concesso molto o molto poco di me agli altri, dovendo rispondere, non mi trovo decisa. Penso di aver concesso molto poco, nonostante l'apparenza facesse sembrare la situazione di gran lunga differente.
Sono sempre stata una solitaria. Ho avuto molte amicizie sincere e mi è spesso stato riconosciuto un certo ruolo come "cura anime", una specie di leader spirituale, intellettuale. Una mistica dalla forte personalità, un po' acida, molto antinconformista, libera. Ma può essere altrimenti? Una debole avrebbe mai potuto sorridere di fronte al cadavere di una persona, anzi no, di una famiglia intera, che saluta le vette della montagna sacra prima di raggiungerle?
Signori, signore, le parole della profezia sono stampate in un libro invisibile che mi porto sempre dietro. Dedico questo insulso post alle persone che ho amato e che non ci sono più, a quelle che amo e che rendono la mia esistenza attuale la splendida esistenza che è.