domenica 29 novembre 2009

Dal ponte ologrammi

Ho cancellato l'archivio dei miei scritti e presto cancellerò l'archivio delle fotografie. Non ho nessuna voglia di ripercorrere dei momenti finiti, non sono più la stessa e onestamente non mi interessa.
Mi avevano detto che il tempo cancella tutto, ed è vero, vale per tutti, nonostante risulti quasi impossibile immaginare che perfino noi, noi che ci riteniamo speciali, rientriamo in quel "tutti".
Ho sempre detestato che la gente mi vedesse piangere, soprattutto i miei genitori, ho sempre detestato che la gente mi ritenesse così umana da commuovermi per qualcosa, fosse anche per rabbia. Quando è morta la mia amica io ho cambiato dimensione e non piangere è stato naturale, quando è morta mia nonna è stato come vivere un film, alla morte dello zio ho perfino sorriso.
Capita che quando vedi l'agonia, la morte non ti sembra nemmeno tanto male, è come una presenza al nostro fianco, silenziosa, ci accompagna dal momento in cui siamo concepiti.
Il destino dell'uomo è avere una data di scadenza.
Così, poiché il mutamento fa parte di noi fino a consumarci, voglio sparire prima. Non voglio traccia di quella che sono stata, delle cose che ho fatto, delle persone che ho amato, di quelle che mi hanno ferita. Io non esisto più, sono solo un ologramma e tutto quello che desidero è solo un'illusione.

lunedì 23 novembre 2009

La parola sacra

Alcune persone fra loro molto distanti mi hanno recentemente chiesto di mettere a disposizione il mio materiale grigio per degli articoli, gli argomenti dei quali sarebbero totalmente a mia discrezione. C'è chi mi ha anche chiesto di fare una recensione del suo libro e moderare una tavola rotonda di discussione in merito, qualcuno, invece, mi ha chiesto aiuto per una ricerca che io, per motivazioni meramente politiche, non ho mai svolto.
Non ho dato molto peso a questo tipo di richiesta, fino a stasera.
Sto osservando la mia biblioteca, o meglio, una parte di essa e mi rendo conto che lì c'è tutto il pensiero dell'umanità, dalle origini all'età attuale, anche se non completamente fornita. Una vena di malinconia mi sale se penso a quanto infinita sia la mente e quanto sia limitata la nostra capacità di esprimerla. Noi ci proviamo con i colori, con i suoni, con qualsiasi mezzo ci dia l'opportunità di manifestare ciò che parla dentro di noi, o sopra, attraverso di noi.
Usiamo comunemente la parola come se fosse una bolla che, scoppiando, si esaurisce nel vuoto quando invece il suono è sacro, è la prima manifestazione della nascita dell'universo. Così in alto come in basso: la prima anche di un neonato.
Usiamo le parole come se fossero un mezzo di comunicazione fine a sé stesso, come fossero decori che ci rendono più o meno interessanti di fronte agli altri e non sappiamo, non ci rendiamo conto che la parola che diciamo, quel suono siamo noi.
In che modo parliamo? Quale tono usiamo? Perché parliamo?
La parola è sacra perché non è solo una parola o una promessa da mantenere, ma è ciò che siamo, ha origine dentro di noi in un processo che non è solo mentale e psicologico ed emotivo, ma è di più. Nel mondo della parola non ne viene cancellata nessuna, come in un nastro che non si consuma mai.
Ogni tanto ci ho pensato: perché dire una parolaccia, con quel tono sprezzante che non aggiunge niente di bello a quella che sono? Quale parola voglio essere?
Ho immaginato il suono sacro come fosse un dipinto. Sarebbe blu, certamente sarebbe di una frequenza grave, di quelle che fanno tremare il cuore per la vibrazione, come un mantra tibetano o una preghiera gregoriana.
Poi ho immaginato la vibrazione del cuore: quale colore o quale suono sarebbe? E se fosse una parola mia, quale sarebbe?
Allora ritorno a guardare la libreria e mi rendo conto che tutto quello che voglio sapere probabilmente lì c'è, ma non c'è tutto quello che corre nella mia mente come un fiume, davvero è come un fiume. Non riesco a stare dietro ai miei pensieri, alla mia teoria, alla mia antitesi, alle evoluzioni delle mie idee...
inizio libri che non termino perché ciò che sto scrivendo diventa inesorabilemte "vecchio" e superato. Non sto più dietro alla mia mente, ho cercato di eliminare i libri dalla mia vita, non ho più letto, ho evitato di scrivere. La mia mente è ancor più fluida, sento che accelera come l'universo a mano a mano più lontano da qualsivoglia densità gravitazionale.
E tutto questo andrà perduto se non lo dico, se non lo scrivo?
La parola è un mezzo con cui la nostra mente esce, è un frutto e come tutti i frutti, non dicono più di ciò che sono. La mela parla per sé e non per tutte le mele o per tutti i tipi di frutta. La mela bacata non può parlare per la mela sana o quella acerba o quella che è ancora un fiore o quella che ormai è secca.
Tutto è lì attorno e dentro di noi, percepibile e talvolta esprimibile, ma è solo una parte e non è "mia" o tua, è semplicemente nostra..
La mia parola stasera è colorata di blu e non so dire perché ma è così e ho tanta voglia di condividere questo colore, penso che sia la parola amore perché è una parola che esclude la morte, cioé è senza fine, un perpetuo sublimarsi, privo di putrefazione.
Se fosse una poesia sarebbe il mare in tempesta.
Se fosse una canzone sarebbe Dove il cielo va a finire di Mia Martini.
Se fosse un nome, sarebbe il nome del mio uomo.
Se fosse una paura sarebbe quella di non riuscire ad aprire la mano.
Se fosse uno scherzo sarebbe Sbucciami di Malgioglio, così, tanto per concludere questo discorso con una bella risata.
Ecco, il suono di una risata...



venerdì 20 novembre 2009

sragionamenti sparsi

In origine fu il Verbo, cioé il suono sacro, la vibrazione che i Veda fanno risalire alla primordiale necessità di sperimentare, dunque, di proiettarsi al di fuori di sé, di manifestarsi per conoscersi.

Una potenzialità che non rimane tale, latente, ma che si sprigiona e come ogni cosa che ha esistenza, ha un inizio, una durata, una fine. Comunque un cambiamento di esistenza e di stato.

La rappresentazione di ciò è l’AUM, il suono sacro che racchiude l’essenza stessa della vita dalla sua creazione, nella sua conservazione, fino alla sua dissoluzione. Nello specifico, l’AUM rappresenta il mutamento della molteplicità, cioè di ogni cosa derivata e dunque anche contenuta nella manifestazione primordiale, idealmente immaginabile come “dualità”, da cui poi deriva il grappolo che io chiamo molteplicità.

In questo momento ci sono molte cose di cui vorrei parlare, dalla dissoluzione di kronos legata alla materia, alla dissoluzione rappresentata dalla nera Kali, la shakti di Shiva, potenza in atto.

Potrei pensare alla Madonna nera o forse anche alla Nera Signora, la morte. Ma questo ridurrebbe Kali a una definizione semplicistica legata a qualcosa di negativo.

Cosa che in effetti è, ma a mio avviso erroneamente.

La morte è un cambiamento di stato attraverso cui l’Io si sublima al di là della sfera materiale, ma viene intesa, nella concezione moderna, come una fase di sofferenza legata a un distacco forzato da ciò che viene ritenuta la nostra vera e unica esistenza.

Se nell’antichità il rituale della morte assumeva un ruolo più profondo e significativo nella vita dell’uomo, penso che la figura stessa di Kali potrebbe incarnare quell’idea di sacralità legata non più tanto alla materia quanto alla evoluzione della stessa.

Quando parlo di cambiamento, evoluzione di materia, la mente spazia ancora più in là e ripercorre le tappe che anni fa mi hanno fatto riflettere sulla ciclicità, sulla reductio ad unum, sull’ouroboros e su tutti quegli elementi che, presi singolarmente, non significano molto.

Tuttavia, se osservati con occhi meno critici e una mente più allargata, questi elementi lasciano il loro stretto significato astronomico o antropologico e si allargano a considerazioni come quella che vede tutta la nostra esistenza collettiva, passata e presente, come un organismo esistente al medesimo stadio in cui si trova la bolla di sapone nel momento in cui il bambino soffia nel bastoncino.

lunedì 9 novembre 2009

Le parole della profezia

Liceo. Se c'è una cosa che amo fare, oltre a uscire tutte le sere, è scrivere e leggere. Ho una doppia vita, da una parte c'è la dolce ragazza dai lunghi capelli biondi che tutti i genitori vogliono come amica dei propri figli, perché ha la testa sulle spalle e ci si può fidare della sua parola.
Dall'altra c'è un'anima in pena, che sa che sta cercando qualcosa, ma non sa esattamente cosa e non si sente mai esattamente al suo posto, pur sentendosi a suo agio ovunque, con chiunque.
Non è proprio una doppia personalità dal risvolto clinico, è più una sfaccettatura mistica: sono cresciuta, per modo di dire, con Yogananda, le filosofie indoeuropee e i discorsi paranormali.
A dieci anni avevo letto tutto ciò che era stato pubblicato in italiano sugli UFI, avevo piuttosto nitide le correnti reincarnazioniste orientali, avevo un'ammirazione per la natura dell'uomo e soprattutto, ero profondamente attratta dal mistero. L'universo, la morte, il tempo.
Non mi sono mai sentita né nel luogo né nell'epoca adatta a me, d'altra parte, quello che cerco dev'essere in una dimensione che non ha né spazio né tempo.
Gli anni del liceo mi infastidiscono, mi impediscono di fare quello che voglio fare, sia bivaccare, sia proseguire con le mie ricerche personali. Ho un senso di insoddifazione che grava sullo stomaco, ma mi piace scrivere perché quando sono sola con la penna, sono con qualcuno che stimo: non c'è niente che mi distragga, mi catapulto in una dimensione parallela senza bisogno di scomodare le leggi fisiche o le teorie di cunicoli o stringhe varie. Siamo soltanto io, la penna, l'inchiostro, gli spazi neri delle parole, gli spazi bianchi del respiro.
Tre ore di tema generico, su qualcosa che desideriamo per il nostro futuro. Il mio lato filosofico viene stimolato a dismisura e la penna parte libera. Non c'è niente di concreto in quello che scrivo, c'è semplicemente teoria, pura filosofia.
Ad anni di distanza mi sembra un trattato di Epicuro, sulla liberazione dalle passioni, sulla necessità di raggiungere una sorta di atarassia positiva. Si intravede la traccia del mio Cammino, che non è un paranoico sentiero verso l'occulto stregonesco ma è un'attenta riflessione sul bene e il male, già priva di preconcetti e dunque, a posteriori, intravedo un primo approccio alla comprensione.
La comprensione. E' una parola abusata, spesso anche da me che però la intendo come un mare di latte dove pure una goccia di nero inchiostro si perde, non per annullamento, ma per assimilazione. Non c'è nessun rifiuto, ma per capirlo, ho sperimentato il rifiuto.
Ho rifiutato, mi sono ribellata, ostinata, e per contro, sono stata rifiutata, non compresa. Sono stata inchiostro, sono stata latte. Felicità è essere colui che ha il cucchiaio.
Avere il cucchiaio non significa rifiutare le emozioni, averne paura, o sentirsene superiori. Queste sono tutte forme di fobia, di rifiuto, di ostinazione e dunque, di dipendenza. La ricerca della felicità, invece, ci porta a comprendere: che non significa porgere l'altra guancia, rassegnarsi al buonismo, perdonare un'ingiustizia. Comprendere significa inamicarsi il nemico, per renderlo nullo, affondare nel mare osservando qualsiasi cosa vi troviamo, senza chiamare al convivio il giudizio.
Significa sperimentare, come scrivevo in precedenza.
Passeggio con la mia migliore amica lungo le vie del paese come facevo tutte le sere con lei, prima che morisse. Mi dice che è tornata come messaggera, per rispondere ad un quesito che inconsciamente e consapevolmente mi pongo in continuazione. Dopo di ciò, non l'ho mai più rivista. Ripercorro idealmente le passeggiate "a caccia di fantasmi" con persone che a loro volta sono diventate tali, violentando la mia mente con la loro morte.
Ho sperimentato, ho affondato il cucchiaio nell'universo nero e fra le tante cose che ho imparato da questo, ho la consapevolezza che non esiste essere umano che, oggi, possa minimamente distruggere quello che ho costruito a suon di legnate e di mattoni levati dalle fondamenta della mia esistenza. C'è sempre un modo per salire la montagna sacra e ho tutta l'intenzione di calpestarlo.
Ritorno agli anni della scuola in questo mio viaggio a ritroso, per soprire quella che ero. Trovo di non essere cambiata molto, c'è un quid che rappresenta il filo conduttore di tutto, nel bene e nel male. Probabilmente affronterei molte situazioni in modo differente oggi, ma la trama del film più meno resta invariata. Non so dire se ho concesso molto o molto poco di me agli altri, dovendo rispondere, non mi trovo decisa. Penso di aver concesso molto poco, nonostante l'apparenza facesse sembrare la situazione di gran lunga differente.
Sono sempre stata una solitaria. Ho avuto molte amicizie sincere e mi è spesso stato riconosciuto un certo ruolo come "cura anime", una specie di leader spirituale, intellettuale. Una mistica dalla forte personalità, un po' acida, molto antinconformista, libera. Ma può essere altrimenti? Una debole avrebbe mai potuto sorridere di fronte al cadavere di una persona, anzi no, di una famiglia intera, che saluta le vette della montagna sacra prima di raggiungerle?
Signori, signore, le parole della profezia sono stampate in un libro invisibile che mi porto sempre dietro. Dedico questo insulso post alle persone che ho amato e che non ci sono più, a quelle che amo e che rendono la mia esistenza attuale la splendida esistenza che è.

venerdì 6 novembre 2009

Infero, ciò che portiamo dentro

Recentemente ho scoperto l'esistenza della bugia bianca.
E' una menzogna costruita ad arte per non far soffrire qualcuno. Si potrebbe ritenerla simile all'omissione, che non è considerata una vera e propria bugia, è più una verità non detta: perché non chiesta, oppure perché talmente inisignificante che si soprassiede, o forse per mille altri stupide giustificazioni che fanno comodo per tenerla nascosta.
Nel mio modo di intendere le cose, il bianco e il nero sono due colori che talvolta sono confusi e ai quali vengono attibuite caratteristiche morali spacciate per assolute.
Ma cosa distingue REALMENTE due categorie? Il colore che noi appiccichiamo sul barattolo per sapere che prodotto stiamo comprando o, piuttosto, il contenuto del barattolo?

Io continuo a ritenere la dualità una proiezione dell'Unità. Se l'unità è la Sostanza, la decifrazione soggettiva di tale sostanza, bontà o cattiveria, bianco o nero, restano categorie derivanti e interpretative dell'unità stessa. In senso lato si potrebbe anche ritenere universalmente riconosciuta come valida una macro distinzione di bianco e nero. Come se tutti concordassimo sulla questa primordiale separazione.
Tuttavia, nonostante l'ipotesi che tutti vediamo/riconosciamo i due colori dei barattoli, come possiamo giudicare il prodotto contenuto, cioé la sostanza, se non aprendo i coperchi e sperimentandola? Aprire i coperchi non significa FORSE infischiarsi del barattolo, rendersi superiori alla distinzione, alla categoria, al colore?
E questo non è forse lo stesso ragionamento che si potrebbe fare sul bene e sul male?

Aprire i vasi forse non è facile, soprattutto se si parte dal presupposto che in un barattolo c'è il bene e nell'altro il male, il nettare e il veleno, la bugia buona e quella cattiva. Tuttavia, non è forse vero che solo chi ha visto il buio conosce la luce, solo chi ha visto la luce del sole, riconosce alle ombre della grotta di essere solo mere proiezioni?

Questa non è una lezione di filosofia sul dualismo radicale. In passato l'ho fatto e la cosa non mi ha migliorata. Ciò che probabilmente mi ha aiutata, piuttosto, è la sperimentazione della logica suddetta, in modo inconsapevole prima, e più consapevole nel tempo.
La consapevolezza comporta una certa dose di flessibilità e di sacrificio.

L'altra sera mi è stato chiesto se mi sento sacrificata. Sì, certo che mi sento sacrificata, ma non nel senso cui la domanda probabilmente riconduceva. Il sacrificio non è una privazione, ma una conquista, come quando si è abituati alla palla al piede e iniziare a camminare da' quasi fastidio.

La libertà non da' soddisfazione perché è uno status oltre le righe dove non ha nemmeno senso sentirsi vincitori. Una guerra è di rado definitivamrnte vinta o persa, probabilmente la vera Arte del combattimento sta nell'osservare i tempi della battaglia, e perfino capire quando risparmiare le proprie energie per tempi migliori.

Il bugiardo è soltanto una misera vittima dell'illusione e soltanto chi sta "oltre" diventa il muro contro cui si scontra, e termina di propagare merda.

giovedì 5 novembre 2009

Esattamente due anni fa, in questi giorni, scrivevo:


Mi rendo conto che è brutto da dire, ma non me ne frega niente dei vostri problemi, delle vostre paranoie, delle vostre opinioni. Voi mi raccontate tutto, ed io vi ascolto, vi rispondo, vi aiuto quando posso, se è proprio necessario. Ma siete voi che vi create la bolla di sapone che non sopportate più, siete voi che vi ostinate a scendere in basso per poi lamentarvi che siete in basso, siete voi che non avete l'intelligenza per svegliarvi, non ne avete la capacità perché vivete di apparenza, di mediocrità, di ignoranza. Siete abituati a vivacchiare, a tirare avanti, ad accontentarvi. Siete felici allo specchio e vi perdete tra le pagine di un libro, pensate a voi stessi come una merda o come dio, e invece siete solo una stupida, inutile, via di mezzo. Vi ritenete speciali e diversi dalla massa senza accorgervi che siete esattamente entro la banda del generico qualunquismo, perfino del "checchismo" e della mera esistenza di vaso senz'acqua. Credete di essere ricchi in sostanza e credete di sapere, siete orgogliosi, permalosi, altezzosi e ostentate aria per sembrare meno vuoti, per uscirne meglio rispetto agli altri e credo lo facciate per pura sopravvivenza perché in fondo sapete che vi sentite inferiori e dovete spacciarvi l'opposto di ciò che siete. E anche la gente vi crede, perché in troppi vi sono simili, si fermano alla vostra prima ruga, al vostro primo capello bianco. E altro probabilmente non troverebbero: non c'è poesia in voi, non c'è dolcezza, non c'è consapevolezza alcuna, mancate di arte. Avete il cervello pieno di ipocrisie e vivete sputando giudizi su questioni che non avete mai approfondito. Non so cosa ci sia di peggio di una esistenza simile, la paranoia di un tempo che va così sprecato in stupri mentali. Ma io ci sono se avete bisogno di essere ascoltati da qualcuno che ascolta realmente quel che dite, al di là del suono delle parole. Ci sono, quando desiderate un interlocutore col cervello, ci sono quando mancate pateticamente di stile ed io vi rido dietro in silenzio, ci sono, e quando ci sono vi sentite cavalli anche se dovreste sentirvi asini.
P.S. Lo stile è eleganza "mentale", un'arte che c'è o non c'è fin dalla nascita e voi siete troppo mediocri per esserne dotati.

RISVEGLIATE LA VOSTRA DIVINITA': INUTILE CERCARE DIO NELLE VOSTRE CHIESE DOVE LO IMPLORATE COME DEI VERMI, DOVE CERCATE DI FARVI COMPATIRE... DIO E' IN VOI; DIO SIETE VOI, ECCO DA QUALE IDEA SI INIZIA IL PERCORSO PER LA CONSAPEVOLEZZA DELL'IMMORTALITA' DELL'ANIMA CHE ORMAI AVETE RINCHIUSO E ZITTITO A FAVORE DELLE CAZZATE CHE RIEMPIONO LE VOSTRE GIORNATE STANCHE! DISTRUGGETE IL SUPERFLUO NELLA VOSTRA VITA... CONSIDERATE IL VUOTO NON PIU' COME UN MERO VUOTO MA COME LA LEGGEREZZA CHE VI FA VOLARE! ABBIATE CORAGGIO, VOGLIATE EMERGERE!


Certe cose non cambiano di molto nel tempo, altre, invece, sono totalmente diverse.