lunedì 19 ottobre 2009

Indra

A pranzo, oggi, si parlava di religione, perché i miei colleghi, trascinati dalle notizie di cronaca, discutevano sulle grandi differenze di culto e di impostazione di vita. La mia mente si era già persa, invece, a riflettere sulle comunanze degli elementi di metafisica, dettagli che nessun insegnante conosce, o potrebbe mai condividere a scuola.
Dal mio dizionario sanscrito:

Indra: Il Signore dei vedici, antico dio della tempesta e della folgore; suo dominio è l'atmosfera ove trascorre in compagnia dei chiassosi Marut (i Venti), combattendo gli asura (antagonisti dei "deva" talvolta i deva sono invocati col nome di asura, intesi come "potenti" e "maghi"). Vincitore di demoni oscuranti come Bala e Vrtra (l'Avviluppante), è però ricordato anche per la sua incontinenza e i suoi adulteri, che gli procurarono castighi e pene. Socialmente Indra è il simbolo collettivo della classe degli Ksatriya, in particolare dei giovani guerrieri (marya) che, nella loro vita di perpetuo combattimento, violano frequentemente le leggi religiose e la morale sociale. Come oggetto di meditazione, Indra viene assunto quale rappresentazione religiosa del Sé vivente che attraverso l'esperienza cosciente del mondo, riconosce in ogni singola realtà il Sé universale, lo Spirito (purusa). Il suo epiteto più comune è Maghavat (munifico) perché simbolo del potere, dispensatore dei doni della vita e della conoscenza (la "vacca" è il simbolo della partecipazione primordiale ai beni della conoscenza e della vita), che nasce dalla vittoria sulle tenebre.
La mia riflessione nasce dal dubbio se Indra possa essere associato più correttamente a Marte o a Giove. Di primo impatto opterei per una "potenziale" vicinanza di Indra a Marte, figura solare e legata alla terra, piuttosto che ad altre divinità.
Indra pare essere legato al Soma, nettare che beve in gran quantità prima di entrare in campo.
Il Soma rappresenta, tra l'altro, il "seme", la Vita Universale (l’Universo nasce dalla fusione di Conoscenza e Potenza) racchiusa come "luce occultata" nel seme stesso.
Secondo Daniélou, il Mahabarata paragona la folgore al pene e i Tantra ne fanno simbolo della forza sessuale, inoltre Indra era considerato il dio dei pastori e insegnò numerose discipline scientifiche, tra cui l’Yajur-Veda.
Il soma è la vita in potenza (vittoria della Luce sulle tenebre), laddove forse Anna Perenna è la shakti cioè "potenza in atto", la manifestazione dell’offerta (sacrificale). Più dettagliatamente, si potrebbe fare qualche considerazione su Anna Perenna vista come "shakti" di Marte.
Aggiungo, il cerebrum-cervello (da “cereo”, genero) contenuto nella testa-caput (elementi di potenza: barba, corna, capelli), si diceva contenesse il seme (anche per il collegamento della testa con il genio ispiratore). Il seme è collegato alla figura di Ceres, dea della fertilità, che s’identifica con il seme posto sulla cima-testa della spiga. Secondo lo studioso Onians, vi è un chiaro nesso tra il “gramen” e Marte-dio della virilità, della potenza generativa nella fertilità.
Al Campo Marzio, la celebrazione del “cavallo d’ottobre”, per favorire un raccolto abbondante, richiamerebbe appunto questa divinità che sarebbe raffigurata nel fascio d’erba, laddove l’aquila rappresenta, invece, Giove. Negli Emblemata di Andrea Alciato (1492 1550), giusto per fare un esempio, si richiama tale collegamento -Gramen cur Marti- “Marti vero sacrum est, quia ex gramine ortus esse creditur” .. “In Campo Martio copiosum gramen crescebat.. Martiali praemio donabatur … Te per gramina Martii” (forse la “corona graminea”, veicolo di sacralità).
C’è però da aggiungere che Indra si porta in battaglia sul carro trainato da due cavalli (la Diade è la “potenza” dell’Uno..), brandendo la folgore. Questo elemento andrebbe forse approfondito, potrebbe simboleggiare la manifestazione della Conoscenza nel mondo, la cui Luce si rivela nella materia, o la lotta per il controllo dell’Io al fine di elevarsi alla polarità solare.
Indra (fuoco dello spazio), signore delle tempeste e lanciatore di fulmini, fonte della fertilità, compagno del dio dei venti –soffio vitale del cosmo- risiede nelle nuvole (forse non era Zeus quello che vidi dall’aereo...) ed è una delle maggiori divinità del pantheon indù arcaico.
“La volta celeste è gravida di Indra, la Terra è gravida di Agni” (Brihad-aranyaka Upanishad VI, 4, 22).
Credo sia corretto affermare che Indra, sovrano dei sacrifici e menzionato nei rituali del Soma, incarni le virtù della giovinezza tra cui l’uso della forza, Egli infatti, è sempre giovane e rappresenta la potenza (“toro”), l’eroismo e la fertilità manifestata nell’immaginario di divinità esuberante ed adultera.
Non ama l’austerità, disturba i saggi in meditazione inviando loro le ninfe, inoltre, assume l’aspetto che desidera anche e soprattutto per sedurre le donne (come Zeus). In una di queste imprese sedusse la moglie di Gautama che ripudiò la donna e fece apparire sul corpo di Indra dei segni somiglianti all’organo femminile. Questi, furono in seguito nobilitati e divennero occhi, per questo venne chiamato “dagli occhi di vulva”, “dai mille occhi”, anche se ha molti altri appellativi.

Per concludere, Indra ricorda ora Marte, ora Apollo e racchiudendo gli aspetti delle altre divinità, sintetizzandole, ricorda Giove.

venerdì 16 ottobre 2009

Qualche tempo fa, a conclusione di uno dei miei ragionamenti sulla natura divina dell'uomo, scrivevo: "L'uomo agisce con gli eventi e non ne è soltanto uno spettatore ricettivo perché si pone ad attore nel momento in cui "nominando" ("descrivendo") egli "crea" una determinata situazione, un'immagine ben precisa, "forma" un "quadro", legato però alla sua percezione personale degli eventi e delle cose, percezione "limitata" alla natura umana e dal proprio grado evolutivo. In un certo senso, comunque, l'uomo entra in contatto con questi eventi, cose, luoghi e con le loro energie nel momento in cui, assorbendone le caratteristiche e fissandole attivamente nella descrizione fatta di parole, immagini, pensieri e azioni, comunica con esse."

Mi chiedono cosa sia la Tradizione Unica di evoliana o guénoniana memoria. Rispondo raccontando ciò che la Tradizione è per me e lo farò nell'unico modo che mi possibile: in maniera semplice.
Gli uomini presentano caratteristiche fisiche e culturali differenti, hanno molti modi per esprimersi, linguaggi e culture spesso completamente diverse fra loro perché esse rispecchiano i contesti storici e geografici che li interessano. Gli uomini, le famiglie, le comunità, le nazioni, si realizzano (o si arenano, o si degradano) dunque, attraverso modi più idonei alla loro cultura.
Tuttavia, gli uomini hanno anche molto in comune, magari in misura diversa, ma resta che si abbiano medesime esigenze: riposare, sognare, pensare, nutrirsi, e si è composti di cellule, di acqua, di energia e si subiscono le medesime leggi fisiche, per es.
Può dunque essere diverso il modo in cui si definisce e ci si approccia a questi elementi naturalmente comuni, ma resta il fatto che queste caratteristiche essenziali esistano.

Ora, io penso che in una società come la nostra sia piuttosto facile lasciarsi travolgere da ciò che sta “fuori di noi” cioè che non interessa la nostra natura di uomini in quanto tale, come potrebbe essere piuttosto il riequilibrio rispetto all’influenza dei cicli terrestri e astronomici, ma la nostra “natura sociale” che ci vuole prodotti fine a sé stessi di un’epoca storica (un cammino meramente orizzontale).

Ritengo anche che in passato vi fossero meno occasioni per sfuggire alle necessità primarie alla sopravvivenza che, per forza di cose, legava l’uomo ai cicli naturali della terra e del cielo.
Questo ha determinato maggiori e più approfondite occasioni di conoscenza dell’ambiente naturale, creando il connubio dell’uomo con la natura, lo scambio reciproco, la causa-effetto, il sacrificio-frutto, l’energia data e quella ricambiata. Una reciprocità che conduce a un rispetto verso ciò che riguarda la vita, e la morte, il ciclo.
Questa attenzione “devozionale” verso l’ambiente-madre porta l’uomo a farne parte in modo armonico, cosa che favorisce, credo, lo sviluppo di facoltà percettive più reali, e di sensibilità (un cammino diagonale tendente, da come me l’immagino, alla direzione puramente spirituale e verticale).

Insomma, il concetto di Tradizione Primordiale dal mio punto di vista potrebbe essere facilmente ricondotto all’atteggiamento armonico nei confronti della natura, un modus vivendi che probabilmente prende un sapore sciamanico per via dello stretto rapporto con la terra e tutto ciò che la riguarda: gli altri esseri viventi, gli elementi, il tempo, il cielo, lo spazio.



[...] Ricorda, allora, che puoi ritirarti in questo tuo campicello, e soprattutto non agitarti e non darti troppa pena, ma sii libero e guarda la realtà da uomo, da essere umano, da cittadino, da essere mortale. E tra i principî che più dovranno stare a portata di mano quando ti ripiegherai su di essi, vi siano i due seguenti. Il primo: le cose non toccano l'anima, ma stanno immobili all'esterno, mentre i turbamenti vengono soltanto dall'opinione che si forma all'interno. Il secondo: tutto quanto vedi, tra un istante si trasformerà e non sarà più; e pensa continuamente alla trasformazione di quante cose hai assistito di persona. Il cosmo è mutamento, la vita è opinione.
(Marco Aurelio, A se stesso)

martedì 13 ottobre 2009

Café Nero

Affezionata al locale, uno dei pochi dove si beve un buon caffé, andavo spesso al Café Nero per riscaldarmi il corpo e la mente in quelle lunghissime giornate inglesi, spesso desolanti.

In fondo posso dire di aver amato l’Inghilterra al punto di sentire, talvolta, un leggero desiderio di respirarne il grigio. E tutto sommato, allora, non mi sentivo più così diversa dagli inglesi che iniziavano invece ad apparirmi stranieri, quasi come se io mi sentissi per la prima volta a casa. Così confusa, entravo al Café con l’aria anonima e persa di chi non sa cosa cerca, ma si ostina a cercare, e con la testa svagata in pensieri più semplici, lì mi riscoprivo architetto del colore. Infatti, dopo avere ordinato una tazza bollente col mio accento “très charmant”, come diceva Emile, ed essermi accomodata sulla sedia più alta, proprio di fronte al tavolino all’angolo, sentivo riaffiorare la mia individualità più eccentrica e tornavo a essere diversa, osservata, perfino chiacchierata.

Ma il fatto è che inebriata dai profumi aromatici del caffè ero io quella che studiava ogni persona seguendone i lineamenti e quando incrociavo di sfuggita i loro sguardi sospesi come il mio, potevo assaporare perfino un caldo piacere. Sentivo di essere me stessa, una pioniera che si serve di dettagli, ed in quegli attimi scorre via ogni altra cosa, rimane solo un sottile filo tra me e l’immagine reale che si presta ad essere osservata, capita, più ancora che guardata. Perché succede che un particolare colpisca, succede che esso sembri a parte, qualcosa di scisso da tutto il resto e non importa più il giudizio sulla sua singola bellezza o bruttezza, importa solo che l’oggetto di studio è li e vuole essere stampato nella mente, vuole essere compreso, scoperto nella sua natura.

Io mi perdono l’antico viziaccio di denudare l’anima alle persone seguendone i lineamenti, il modo di muoversi, perfino il modo di vestire o di parlare, mi perdono molte cose da quando ho capito che la totalità è un insieme armonico di singolarità. E riuscendo a fare ciò è come se dessi immortalità alla ragione d’esistere stessa, è come se finalmente scoprissi la legge che unisce ogni cosa ed è allora che mi sento pienamente parte di questo mondo.

E così giocando di fantasia, determinavo la vita di sconosciuti, creavo le loro abitazioni, l’arredamento, il loro lavoro, i colori dominanti nella loro vita, i loro gusti a tavola, perfino a letto, e riuscivo a farlo anche attraverso una tazza o un posacenere ormai pieno. Adesso ordina un whisky e poi accende la sigaretta. Prima di sedersi va in bagno e poi ordina un the. Metterà due bustine di zucchero. Giocare con la mia amica su queste persone era divertente e a volte era pure imbarazzante scoprirci a ridere, fissando qualcuno senza il minimo pudore. Ma erano solo ritratti di personalità, in fondo, e mi riuscivano piuttosto bene, anche se ciò che conta è la leggerezza che provavo alla fine, un senso di liberazione raro, come se riuscissi ad entrare in quelle persone sentendo mancare ogni confine tra me e loro, anzi, mi sentivo, diventavo quelle persone. Tutto sommato credo che la compassione sia un’arte che nasce anche in questo modo.

Il legame tra esperienza sensibile e conoscenza

Può un senso porsi come mezzo di conoscenza, e di conseguenza, può l’anima veramente servirsi di un’esperienza materiale basata sui sensi, per evolversi? Forse che vi è un legame tra anima somatica e anima immortale (anche se Rostagni ne parla come di un ospite che “fa presenza” accanto al corpo e chiusa in sé stessa) o forse che, come spiega Giuseppe Tucci, la conoscenza sensibile si basa sull’Intelletto in cui agisce il Genio “ispiratore” (soffio vitale come elemento portante della vita stessa)?
La risposta indù al problema non è certo liquidabile in due parole, ma il supporto mentale ai processi pensanti si pone sì come “faro”, ma resta comunque una luce riflessa, poiché il Manas, mente, è assimilata alla Luna, che è collegata al concetto di seme (o Soma, o coppa dell’offerta intendendo dunque la vita soggetta al mutamento come un “sacrificio”).
C’è da considerare che l’uomo è costante divenire, i cambiamenti naturali di cui a lungo spiega Rostagni stesso, prendendo a riferimento la vita come movimento, riportando concetti pitagorici, così come in costante divenire è il cosmo. Quindi, la metempsicosi è nel microcosmo quello che la meta cosmesi è nel cosmo come conseguenza di uno “stato causale” primordiale.

domenica 11 ottobre 2009

mercoledì 7 ottobre 2009

Hypnos

Con “ipnosi” non mi riferisco a un processo guidato esclusivamente da un secondo attore, qual è il medico, ma anche a uno stato autoindotto. Attraverso l’ipnosi (da hypnos, sonno) il soggetto vive un’esperienza, una situazione che in qualche modo influenza inconsciamente la sua vita determinando spesso disagi che sfociano in malattie psicosomatiche. In particolare attraverso la regressione, il soggetto “spiega” il suo presente con cause precedenti, dà loro forma, suono, odore: “crea”, per così dire, un ambiente ed una situazione idonei a rispondere in qualche modo ai suoi disagi (fisici e psicologici), altrimenti nascosti dietro la quotidiana razionalità. L’immaginazione, o allucinazione, permette dunque il riconoscimento di quei quid nascosti e la comunicazione con essi, che in normali condizioni restano compressi come una macchia sigillata, la scatola nera della nostra esistenza non-razionalizzata. La volontà del soggetto non viene alterata durante l’ipnosi, egli cioè non fa ciò che è contrario alla sua natura e alla sua moralità, egli è consapevole di quanto racconta e se ne sente emotivamente coinvolto, ma è collegato alla realtà: è consapevole di essere in uno stato di trance. La mente così stimolata, attraverso immagini che la razionalità può comprendere, agisce sul corpo fino a stabilire con esso un dialogo e un rapporto di equilibrio spesso sfociante in un miglioramento dello stato di salute. In trance la mente focalizza la sua attenzione –si concentra- in un punto “comunicabile” perché descrivibile, cioè riconoscibile come immagine, suono, odore ed emozione (durante l’esperienza è comune per il soggetto agitarsi, sorridere, spaventarsi, tremare, sudare perché egli è il protagonista in quella regia). E’ una reazione spesso sufficiente per liberarsi da un anello di catena invisibile, una specie d’impressione residua. Come dicevo, molti medici utilizzano questa pratica a scopo terapeutico, per trattare fobie e malattie pur non riconoscendo la reincarnazione in sé, anche se diversi medici molto scettici in partenza si sono poi ricreduti. Talvolta, l’ipotesi spazia sulla possibilità umana d’attingere informazioni da una “supercoscienza collettiva”, esperienze, immagini, pensieri di altri. L’attenzione si sposta dunque dall’inconscio individuale a quello collettivo di Junghiana memoria, dove gli archetipi -simboli- precederebbero le esperienze individuali stesse dando anche un valore in qualche modo oggettivo all’istintività.
Una “seduta ipnotica” spesso non è sufficiente a visualizzare queste immagini “di altre vite” per spiegare quella presente, soprattutto in presenza di altri, come un medico, e soprattutto se non è possibile instaurare quel rapporto di fiducia e rilassamento necessari per lasciarsi andare. Perché probabilmente è proprio un “lasciarsi andare” ciò che avviene, uno sprofondare in sé stessi spogliandosi del “presente” fino ad affrontare situazioni, nemici prima invisibili, ora lì davanti, come ad esempio il trauma della “propria morte” o della propria nascita. E per questo motivo, molto spesso i racconti sono traumatici, raccontano violenze subite, sono esperienze devastanti “rivissute” forse per essere comprese, superate, per rimuovere il blocco che esse originano. Interessante è la teoria secondo la quale un determinato problema psicofisico non solo si trascina, nascosto, fin dalla più tenera età (Freud docet) o addirittura fin da vite antecedenti (Stevenson et alii), ma anche geneticamente, trasmettendosi di padre in figlio. Secondo questa teoria, i discendenti di una famiglia sembrano naturalmente portati a rivivere situazioni vissute dai propri antenati: stesse malattie, stessi blocchi, spesso medesime “morti violente”, quasi una sorta di “karma familiare” il cui corso può essere invertito nel momento in cui qualcuno prende finalmente coscienza della propria “sottomissione” a tacite “regole” familiari, liberando sé stesso e i suoi successori, sublimando in positivo le negatività stagnanti sotto forma di preconcetti, ossessioni, predisposizioni a ficcarsi ripetitivamente nelle medesime circostanze. E’ a questo punto che s’inserirebbe il concetto di “atto poetico”, un’azione di “psicomagia” (Jodorowsky) che diviene poesia nel momento in cui serve a creare una nuova realtà per il soggetto, un’esistenza libera dai vicoli ai quali il subconscio invisibilmente conduce, è dunque il disconoscimento dei propri supposti limiti a favore delle proprie infinite possibilità. Ma nell’atto poetico non vi è pura ribellione, vi è la “conversione della realtà”, l’atto poetico promuove solo la vita e non dà come risultato un’azione negativa, violenta, mortale. Non ho sperimentato né assistito all’ipnosi, dunque le mie considerazioni sulla stessa sono puramente frutto di osservazioni altrui. Nonostante questo limite, io immagino possibile far riaffiorare “ricordi” tramite d’essa, ricordi d’infanzia e perché no, precedenti la nascita stessa. Il ricordo di vite passate per ipnosi regressiva, pur rimanendo una possibilità (per me), si riduce a una casistica ridotta e ben difficile da stabilire, soprattutto in termini numerici, sia per l’implicita complessità nel distinguere la “realtà” dal filtraggio mentale che costruisce realtà alternative (come una specie di “pensiero poetico”) sia per l’improbabilità che un esterno (il medico) possa effettivamente sapere, semplicemente ascoltando, da dove il soggetto attinge le informazioni dei suoi racconti.

Citazione:
"Krishna nella Ghita dice che Lui da la Conoscenza e l'oblio delle vite precedenti. Quindi io non credo sia possibile ricordarle tramite una seduta ipnotica."

Vorrei fare alcune osservazioni che mi portano a una conclusione diversa rispetto a quella espressa. Faccio una piccola premessa:
La Bhagavad-Gita (fa parte del Mahabarata) è un’opera poetica che riassume le filosofie delle “rivelazioni” dei Veda (capostipiti del pensiero indiano) e delle Upanishad (via della salvazione). Mentre i testi “sruti” tra cui appunto i Veda e le Upanishad erano destinati a un’élite, i testi epici che narravano vicende di eroi, i cosiddetti “smrti” come i Sutra, Vedanga, Mahabarata e il Ramayana, sono considerati di approccio pubblico.
Le scuole che si fondano sulla rivelazione dei Veda appartengono al ramo della filosofia ortodossa contrapposta a quelle che negano la rivelazione stessa, tra cui la corrente Jaina, il Buddismo ecc. La Bhagavad-Gita è figlia della rivelazione e può essere definito come il “credo” dei fedeli delle scuole devozionali, il vangelo di quanti danno a Dio il potere salvifico, mediante la “Grazia”. Vi sono innumerevoli sette e scuole, formatesi dai filosofi commentatori delle scritture sacre, che pur appartenendo a una medesima corrente si sono poi contrapposti a precedenti “speculazioni” nel tentativo di evolvere il pensiero indiano, rispondendo anche a questioni che i testi più antichi non affrontavano. Le loro scuole hanno dato origine a diverse distinzioni il cui fondamento principale è dato da dualismo (l’Universo è “corpo” di Dio) e non-dualismo (l’Universo è illusione e non realtà).
Il Vedanta stesso, pur partendo da considerazioni monistiche (non-dualismo) verrà poi ripreso da più mani fino a dividersi in diversi rami, giungendo a osservazioni dualistiche e a vie di mezzo tra le due. Ad ogni modo, uno dei maggiori esponenti del pensiero filosofico indiano, che riprese il non-dualismo vedantico, fu Sankara che si basò all’assoluto monismo.Nelle osservazioni che seguiranno a proposito della sopra citata Gita, prenderò a riferimento la filosofia ortodossa di Sankara, difensore della rivelazione upanishadica, per il quale la dualità, e dunque il mondo sensibile con la sua molteplicità, è pura illusione. Esiste solo l’Essere, quello che noi conosciamo come non-essere è un errore percettivo, è un’illusione (ma non si spiega l’origine dell’errore). Noi scambiamo per molteplice ciò che in realtà è Uno. Noi consideriamo le individualità invece che “vedere” l’Io Unico. Questa premessa per anticipare qualche passo, scelto, posso dire, un po’ “a caso”, a titolo informativo:

Bhagavad-Gita 15, 15:
Io dimoro nel cuore di ogni essere; da me traggono origine
la memoria, la conoscenza e la rimozione del dubbio;
sono io quel che tutti i Veda rivelano,
io l'autore del Vedanta e il conoscitore del Veda.

4, 5:
Molte sono le mie esistenze passate
e molte sono le tue, o Arjuna;
io le conosco tutte,
ma tu non le conosci, o Paramtapa.

4,6:
Pur essendo non nato, Spirito inalterabile,
pur essendo il Signore degli esseri.
facendo ricorso alla mia propria natura
io mi manifesto grazie alla mia maya.

Krishna è la forza divina che genera sé stessa nel mondo per ristabilire l’ordine: pur contenendo gli attributi divini di Brahman, egli si incarna, in altre parole, non è estraneo al mondo sensibile, ma dimora nel cuore di ogni essere, è nel profondo di ogni essere. "In interiore hominis habitat Veritas", sosteneva Sant’Agostino, così come, nelle Upanishad, Dio è il principio invisibile immune da tempo e spazio e in tutti presente. Nel Loto del Cuore, spettatore delle azioni umane (perché principio intelligente e cosciente non attivo) è pura energia o “atomo” -Anu.
L’incarnazione di Krishna permette l’ordine, perché Egli indica la via da seguire, dell’amore, della conoscenza. Quindi l’uomo, pur immerso in condizione d’illusione, può giungere a Conoscere, (grazie all’aiuto di Krishna, cioè di quell’aspetto del divino Brahman che la carne-illusione comunque contiene) attraverso la realizzazione mediante ascesi del Sé stesso. Dunque, dall’illusione-molteplice ci si Risveglia alla Realtà-Uno seguendo la Luce nel profondo del cuore, come una guida che ci esorta a seguirla distruggendo l’Ego sul campo della nostra battaglia interiore.
“Le vie del Signore sono infinite”: per raggiungere questo ricongiungimento vi sono molte vie e nessuna esclude l’altra, non vi è intolleranza fra loro. Lo Yoga, scuola ortodossa fondata sulla rivelazione, afferma però che l’uomo ottiene la liberazione della Conoscenza attraverso vere e proprie discipline che educano la mente (Citta) liberandola dalle “engrafie” (codifiche di informazione nella memoria) del passato e dalle sue tendenze. In particolare, lo yoga si basa su tecniche di concentrazione e respiro che inducono a stati auto suggestivi ed auto-ipnotici, giungendo al controllo della volontà altrui e a esperienze cosiddette “paranormali”.
Il Veda racconta di un seguace di Rudra che beve dalla coppa di Dio e vola in estasi nell’aria e vede il destino di tutti gli esseri (Veda, X,136).
La Bhagavad-Gita stessa fa grande riferimento alla pratica dello yoga come strumento di conoscenza. Dunque, personalmente, ritengo che pur partendo da presupposti diversi le “indagini psicologiche” effettuate dallo yoga abbiano alcuni punti comuni con l’ipnosi non yogica, per lo meno per ciò che riguarda alcuni suoi (primi) risultati.Vorrei aggiungere che la permanenza di “impressioni” da una “precedente vita” a un’altra o a un intero “clan” familiare, non è una teoria così diffusa e accettata. Pur non condividendo in toto le spiegazioni di L.M.A. Viola, tengo a riportare alcune sue interessanti considerazioni a completamento di questo discorso. Egli evidenzia che la Psiche, da considerarsi il riflesso dell’“atman” o della “persona divina primordiale” e principio del somatico, s’incarna dopo la morte del corpo (e dopo successivi “stalli”, la cui spiegazione eventualmente richiederà un nuovo argomento) ma non mantenendo un’identità psicofisica, un ego somatico permanente, ma “trasferendo qualità e opere da un misto psicofisico a un altro”. Il Nous, il principio, Sole, pur rimanendo in sé si riflette nella Psiche, la Psiche, pur rimanendo in sé si riflette nella temporalità. L’Essere divino rimane in sé pur riflettendosi nella molteplicità. Questo sistema, dunque, nega una reincarnazione così come generalmente è intesa, in altre parole, come il recupero dell’Io precedente.
A questo proposito trovo similare la considerazione di Sankara per il quale il manifesto è illusione e non vi è dualità. Mi sento di aggiungere che l’assenza di dualità, e di risposte inerenti alla questione, non è un limite dei Veda indiani, ma un’antica attitudine, che precedette anche le Upanishad, a non considerare affatto (cedendo all’errore) la partizione di Essere e Divenire, che implicitamente conduce a considerare l’uomo un contenitore limitante il principio illimitato che non si sa perché inizia a manifestarsi.Quindi, l’Essere personale universale o Hiranya-garbhao, Aureo Germe sinonimo di Agni, Rudra e Brahma, appare plurale, ma in realtà è Uno.
Il ricordo nell’esperienza ipnotica, dunque, sarebbe l’espressione d’illusioni “alternative”, tuttavia, attraverso la purificazione (e l’uso-orientamento “ragionevole” dell’Intelletto) vi sarebbe una progressiva perdita d’individualità anche in queste visualizzazioni, che condurrebbe all’immedesimazione nella totalità e per semplificazione, e per stadi, all’Uno.

indifferenza

Stasera mi sono resa conto di quanto sono indifferente alle cose del mondo. Non dovrei perché da un punto di vista "ideologico" penso che gli uomini formino un macroorganismo, un po' come le cellule che però non hanno una visuale completa di quello che vanno a formare.
O come le stelle che non sanno niente di galassie.
Quindi, sempre da un punto di vista logico, dovrei andare oltre alle limitazioni del pensiero individualista.
Ad ogni modo, dicevo, mi sono resa conto di quanto io sia indifferente a tutti questi eventi politici, economici, religiosi e sociali che, invece, mettono ai ferri corti le persone, le famiglie, i popoli.
In questo momento Scipione mi racconta di quanto sia piccolo l'Impero, per quanto possa sembrare grandioso quaggiù. La penisola si perde fra l'azzurro e il nero, sono eventi e spazi che cambiano.

lunedì 5 ottobre 2009

le nozze sacre

Adesso voglio parlare di Shakti perché dalla cima di un monte l'ho vista ballare al chiaro di Luna piena, in cielo, quando è scattata l'ora di Shiva.
Sono solo intuizioni oniriche, dunque, non preoccupatevi della mia salute mentale.
Voglio parlarvi di Shakti perché a parer mio si tratta dell'esortazione ad agire. Shakti è la potenza del pensiero, la manifestazione dell'immobile. Dunque, è la moglie divina di un dio. Le nozze sacre sono conosciute in tutti i pantheon; soltanto, genericamente, a livello essoterico, vengono intese come le semplici nozze tra esseri superiori.
Questi esseri superiori, però, non sembrano sempre tali nei racconti mitologici: sbagliano, tradiscono, amano, perdono. La mia idea di Dio è molto lontana da tutto ciò. E' sempre stata molto lontana perché non ho mai potuto pensare a un Deus Pater "giusto" fino a sfiorare la crudeltà, un kronos che divora i suoi figli con il tempo, con la vecchiaia, la sofferenza e la morte. Insomma, figli di dio incastrati nella frequenza materia quasi fosse una punizione.
Tuttavia, è anche vero che si tratta di una stagione dell'Anima e in questo senso, l'umanità è uno stadio di esistenza. Poiché tutto si trasforma e tendenzialmente lo fa per migliorarsi, come afferma la scienza stessa, penso che l'uomo sia divinità in potenza. E' una forma che comprende energia a più livelli, ognuno con una propria caratteristica evolutiva, e creatrice.
La manifestazione è Shakti, è il lato attivo della nostra essenza.
Quando vi è una "creazione" vi è un nuovo inizio, una nuova forma in evoluzione. Così vale per l'organismo umanità che nel suo complesso ci sembra così involuta.
La ghianda di un albero, per permettere all'albero di nascere come tale, e non rimanere ghianda con una Intenzione latente, si rompe. Una ghianda si esaurisce, muore e una Intenzione, un'Idea diventa attiva, si manifesta. L'albero ha la sua possibilità di esistere al meglio della sua Intenzione.
Ho già spiegato cosa intendo per Intenzione. E' una specie di destino.
Recentemente ho scoperto che creare, cioé generare un figlio non è esattamente creare una vita.
Ho sempre pensato che l'anima fosse immortale e scegliesse dove, quando, in chi incarnarsi. Ma che ruolo hanno i genitori? Non voglio sembrare cinica se dico che il grembo materno è come un forno e niente di più, e che lo sperma sia l'accendino che lo accendo affinché sia possibile fare crescere il figlio.
E' come prendere il mare, la collettività dell'Anima, l'Uno e gettarlo qua e là facendone tante gocce, tutte simili nella sostanza, ma che vengono imbevute da materia diversa, in diversi tempi.
Ogni goccia si sente individuo, e lo è , ognuna è diversa, ma nello stesso tempo è uguale perché... noi non siamo ciò che ci ha imbevuto, noi siamo l'acqua.
Shakti è per me l'azione che mi spinge ad avvicinarmi al Sole, al puntino al centro della circonferenza affinché possa restituire me, Me, l'acqua, alla sua fonte. E non è forse, anche questa, una, La morte?
Questi pensieri, e molti altri, velocissimi, mi fecero sorridere davanti al corpo privo di vita di una persona a me cara, mentre tutti piangevano. Tu sei dietro l'angolo, i miei occhi non ti possono vedere ma la mia anima sì e conversa con te.
Immaginazione, arte, semplicità e stupore. Attraverso questi elementi il Genio c'ispira.

domenica 4 ottobre 2009

riflessioni senza capo e coda

Sono cresciuta con la sensazione che gli altri mi vedessero come una specie d’angelo incarnato, particolarmente empatica, sincera, tranquilla e, in effetti, la realtà non è molto diversa.

Ho ricevuto un’educazione degna di una romanzesca famiglia d’ottocento, non severa, ma ben strutturata, come un viale alberato, semplice e lineare.
E come i cani a passeggio, ho annusato le radici degli alberi, in lungo e in largo, e sempre, le merde puzzavano e i fiori odoravano di buono.

Durante gli anni dell’adolescenza, mi sono accorta di non soffrire per nulla di nausea, così, come spesso accade alle persone normali, ho deciso di allargare lo sguardo zigzagando oltre la dritta via maestra.

Poiché nell’immaginario collettivo gli angeli hanno due ali, sento di averle anch’io ed è come se rappresentassero il matrimonio sacro tra Volontà e Potenza. L’energia che si sprigiona da una predisposizione mentale e Intenzionale. Potrei banalmente dire che è il legame tra pensiero e azione.

E’ una natura che non ha a che fare con il semplice meccanismo neurale fine a sé stesso, è più una contraddizione: un infinito che si chiude nella scatola della materia, una comprensione implacabile.
E’ come quando senti un amore universale e per questo medesimo motivo, non provi, ad es., pietà, non la provi perché il tuo amore si lega a leggi superiori di giustizia, alla Ruota e non alla morale. Mi spiego?

Kronos divora i suoi figli, Venere governa il nostro mondo, e non parlo solo di gravità, e solo una forza uguale e contraria la rende sterile: il diavolo, cioè il separatore.

In una logica simile, se mi seguite, la comprensione è una parte di Venere. Comprendere ci avvicina, ci attrae e in un processo di semplificazione “a grappolo” ci riduce e ci concentra verso un punto che gli orientali chiamano Uno, e che noi, per capirci, potremmo chiamare Zeus.

sabato 3 ottobre 2009

Così, una mattina, ho deciso che comando io.

Gli ultimi giorni sono stati snervanti e come spesso accade, nei momenti di tensione, divento dura come una lastra di ferro, come quando non hai più nulla da perdere e sei ormai pronto a tutto.
Così, una mattina, ho deciso che comando io.
Ho sempre pensato che essendo io allergica all'obbedienza, dovrò per forza essere portata al comando e penso anche che il comando in me dev'essere naturale come in quelle persone magnetiche che si seguono quasi convinti di essere liberi di seguirli invece di sapere di essere vittime inconsapevoli del loro vampirismo.
Insomma, il comando non mi da' soddisfazioni, il comando E' perché ci viene offerto, è un dono. E io mi ci nutro.
Poi, dopo aver deciso che comando io, ho riflettuto sulle emozioni che si provano. Il ruolo di comando non lascia spazio alla pietà, ma alla responsabilità sì.
Mamma ieri l'ha chiamata Pietas e dopo aver passato due minuti a spiegarle la differenza, ho riflettuto sul fatto che non provo "pietà" da diverso tempo.
Tempo? Ma io l'ho mai provata?
Credo che questo sentimento dovrebbe nascere nella pancia e non nel cervello come un'idea. Nel mio cervello, credetemi, c'è di tutto meno che la pietà o qualcosa che possa somigliarle. No, non sono una donna di pietà.
Le mie idee di buono e di cattivo corrispondono alla mia idea di giustizia. Nell'ingiustizia e nella giustizia non c'è pietà, c'è qualcosa che potrei chiamare Legge, è una ruota che sa esattamente cosa deve fare.
La fede.
Il gradino è subito lì: no, non ho fede, così come non ho pietà. Non ho pietà, ma sento un forte senso di giustizia. Non ho fede, ma so. So delle cose e sospetto altre cose, ma non credo. Disobbedisco.
La preghiera.
(Com)muovere le divinità non è da me, perché io mi ritengo esattamente come una divinità in potenza, come qualunque altro essere di derivazione scimmiesca Terrestre che, purtuttavia, una qualche forma di evoluzione spirituale dovrà pur averla.
Il mantra è probabilmente, assieme ad altre forme vibrazionali come il pensiero, quello che prediligo. Ma non c'è nessuno da commuovere.
L'amore.
E' quella cosa a-mortale che ci rende meno umani. Meno umani non perché diventiamo schiavi della passione (che ci accomuna alla bestia e alle subumanità di derivazione scimmiesca)ma meno umani perché è l'infinito che ci trapassa le cellule. E' un oceano in cui siamo immersi e di cui vediamo solo una parte, limitati nello spazio e nel tempo.
Ho tutta l'intenzione di fottermene di tutto ciò che è umano, per nutrirmi del magnetismo dell'oltreumano. Del divino. E ora, signori, amici, amore mio, giochiamo assieme ai dadi e godiamoci il magnetismo che viene offerto.

P.S.
L'offerta. E' un capitolo che dovrò affrontare.