Con “ipnosi” non mi riferisco a un processo guidato esclusivamente da un secondo attore, qual è il medico, ma anche a uno stato autoindotto. Attraverso l’ipnosi (da hypnos, sonno) il soggetto vive un’esperienza, una situazione che in qualche modo influenza inconsciamente la sua vita determinando spesso disagi che sfociano in malattie psicosomatiche. In particolare attraverso la regressione, il soggetto “spiega” il suo presente con cause precedenti, dà loro forma, suono, odore: “crea”, per così dire, un ambiente ed una situazione idonei a rispondere in qualche modo ai suoi disagi (fisici e psicologici), altrimenti nascosti dietro la quotidiana razionalità. L’immaginazione, o allucinazione, permette dunque il riconoscimento di quei quid nascosti e la comunicazione con essi, che in normali condizioni restano compressi come una macchia sigillata, la scatola nera della nostra esistenza non-razionalizzata. La volontà del soggetto non viene alterata durante l’ipnosi, egli cioè non fa ciò che è contrario alla sua natura e alla sua moralità, egli è consapevole di quanto racconta e se ne sente emotivamente coinvolto, ma è collegato alla realtà: è consapevole di essere in uno stato di trance. La mente così stimolata, attraverso immagini che la razionalità può comprendere, agisce sul corpo fino a stabilire con esso un dialogo e un rapporto di equilibrio spesso sfociante in un miglioramento dello stato di salute. In trance la mente focalizza la sua attenzione –si concentra- in un punto “comunicabile” perché descrivibile, cioè riconoscibile come immagine, suono, odore ed emozione (durante l’esperienza è comune per il soggetto agitarsi, sorridere, spaventarsi, tremare, sudare perché egli è il protagonista in quella regia). E’ una reazione spesso sufficiente per liberarsi da un anello di catena invisibile, una specie d’impressione residua. Come dicevo, molti medici utilizzano questa pratica a scopo terapeutico, per trattare fobie e malattie pur non riconoscendo la reincarnazione in sé, anche se diversi medici molto scettici in partenza si sono poi ricreduti. Talvolta, l’ipotesi spazia sulla possibilità umana d’attingere informazioni da una “supercoscienza collettiva”, esperienze, immagini, pensieri di altri. L’attenzione si sposta dunque dall’inconscio individuale a quello collettivo di Junghiana memoria, dove gli archetipi -simboli- precederebbero le esperienze individuali stesse dando anche un valore in qualche modo oggettivo all’istintività.
Una “seduta ipnotica” spesso non è sufficiente a visualizzare queste immagini “di altre vite” per spiegare quella presente, soprattutto in presenza di altri, come un medico, e soprattutto se non è possibile instaurare quel rapporto di fiducia e rilassamento necessari per lasciarsi andare. Perché probabilmente è proprio un “lasciarsi andare” ciò che avviene, uno sprofondare in sé stessi spogliandosi del “presente” fino ad affrontare situazioni, nemici prima invisibili, ora lì davanti, come ad esempio il trauma della “propria morte” o della propria nascita. E per questo motivo, molto spesso i racconti sono traumatici, raccontano violenze subite, sono esperienze devastanti “rivissute” forse per essere comprese, superate, per rimuovere il blocco che esse originano. Interessante è la teoria secondo la quale un determinato problema psicofisico non solo si trascina, nascosto, fin dalla più tenera età (Freud docet) o addirittura fin da vite antecedenti (Stevenson et alii), ma anche geneticamente, trasmettendosi di padre in figlio. Secondo questa teoria, i discendenti di una famiglia sembrano naturalmente portati a rivivere situazioni vissute dai propri antenati: stesse malattie, stessi blocchi, spesso medesime “morti violente”, quasi una sorta di “karma familiare” il cui corso può essere invertito nel momento in cui qualcuno prende finalmente coscienza della propria “sottomissione” a tacite “regole” familiari, liberando sé stesso e i suoi successori, sublimando in positivo le negatività stagnanti sotto forma di preconcetti, ossessioni, predisposizioni a ficcarsi ripetitivamente nelle medesime circostanze. E’ a questo punto che s’inserirebbe il concetto di “atto poetico”, un’azione di “psicomagia” (Jodorowsky) che diviene poesia nel momento in cui serve a creare una nuova realtà per il soggetto, un’esistenza libera dai vicoli ai quali il subconscio invisibilmente conduce, è dunque il disconoscimento dei propri supposti limiti a favore delle proprie infinite possibilità. Ma nell’atto poetico non vi è pura ribellione, vi è la “conversione della realtà”, l’atto poetico promuove solo la vita e non dà come risultato un’azione negativa, violenta, mortale. Non ho sperimentato né assistito all’ipnosi, dunque le mie considerazioni sulla stessa sono puramente frutto di osservazioni altrui. Nonostante questo limite, io immagino possibile far riaffiorare “ricordi” tramite d’essa, ricordi d’infanzia e perché no, precedenti la nascita stessa. Il ricordo di vite passate per ipnosi regressiva, pur rimanendo una possibilità (per me), si riduce a una casistica ridotta e ben difficile da stabilire, soprattutto in termini numerici, sia per l’implicita complessità nel distinguere la “realtà” dal filtraggio mentale che costruisce realtà alternative (come una specie di “pensiero poetico”) sia per l’improbabilità che un esterno (il medico) possa effettivamente sapere, semplicemente ascoltando, da dove il soggetto attinge le informazioni dei suoi racconti.
Citazione:
"Krishna nella Ghita dice che Lui da la Conoscenza e l'oblio delle vite precedenti. Quindi io non credo sia possibile ricordarle tramite una seduta ipnotica."
Vorrei fare alcune osservazioni che mi portano a una conclusione diversa rispetto a quella espressa. Faccio una piccola premessa:
La Bhagavad-Gita (fa parte del Mahabarata) è un’opera poetica che riassume le filosofie delle “rivelazioni” dei Veda (capostipiti del pensiero indiano) e delle Upanishad (via della salvazione). Mentre i testi “sruti” tra cui appunto i Veda e le Upanishad erano destinati a un’élite, i testi epici che narravano vicende di eroi, i cosiddetti “smrti” come i Sutra, Vedanga, Mahabarata e il Ramayana, sono considerati di approccio pubblico.
Le scuole che si fondano sulla rivelazione dei Veda appartengono al ramo della filosofia ortodossa contrapposta a quelle che negano la rivelazione stessa, tra cui la corrente Jaina, il Buddismo ecc. La Bhagavad-Gita è figlia della rivelazione e può essere definito come il “credo” dei fedeli delle scuole devozionali, il vangelo di quanti danno a Dio il potere salvifico, mediante la “Grazia”. Vi sono innumerevoli sette e scuole, formatesi dai filosofi commentatori delle scritture sacre, che pur appartenendo a una medesima corrente si sono poi contrapposti a precedenti “speculazioni” nel tentativo di evolvere il pensiero indiano, rispondendo anche a questioni che i testi più antichi non affrontavano. Le loro scuole hanno dato origine a diverse distinzioni il cui fondamento principale è dato da dualismo (l’Universo è “corpo” di Dio) e non-dualismo (l’Universo è illusione e non realtà).
Il Vedanta stesso, pur partendo da considerazioni monistiche (non-dualismo) verrà poi ripreso da più mani fino a dividersi in diversi rami, giungendo a osservazioni dualistiche e a vie di mezzo tra le due. Ad ogni modo, uno dei maggiori esponenti del pensiero filosofico indiano, che riprese il non-dualismo vedantico, fu Sankara che si basò all’assoluto monismo.Nelle osservazioni che seguiranno a proposito della sopra citata Gita, prenderò a riferimento la filosofia ortodossa di Sankara, difensore della rivelazione upanishadica, per il quale la dualità, e dunque il mondo sensibile con la sua molteplicità, è pura illusione. Esiste solo l’Essere, quello che noi conosciamo come non-essere è un errore percettivo, è un’illusione (ma non si spiega l’origine dell’errore). Noi scambiamo per molteplice ciò che in realtà è Uno. Noi consideriamo le individualità invece che “vedere” l’Io Unico. Questa premessa per anticipare qualche passo, scelto, posso dire, un po’ “a caso”, a titolo informativo:
Bhagavad-Gita 15, 15:
Io dimoro nel cuore di ogni essere; da me traggono origine
la memoria, la conoscenza e la rimozione del dubbio;
sono io quel che tutti i Veda rivelano,
io l'autore del Vedanta e il conoscitore del Veda.
4, 5:
Molte sono le mie esistenze passate
e molte sono le tue, o Arjuna;
io le conosco tutte,
ma tu non le conosci, o Paramtapa.
4,6:
Pur essendo non nato, Spirito inalterabile,
pur essendo il Signore degli esseri.
facendo ricorso alla mia propria natura
io mi manifesto grazie alla mia maya.
Krishna è la forza divina che genera sé stessa nel mondo per ristabilire l’ordine: pur contenendo gli attributi divini di Brahman, egli si incarna, in altre parole, non è estraneo al mondo sensibile, ma dimora nel cuore di ogni essere, è nel profondo di ogni essere. "In interiore hominis habitat Veritas", sosteneva Sant’Agostino, così come, nelle Upanishad, Dio è il principio invisibile immune da tempo e spazio e in tutti presente. Nel Loto del Cuore, spettatore delle azioni umane (perché principio intelligente e cosciente non attivo) è pura energia o “atomo” -Anu.
L’incarnazione di Krishna permette l’ordine, perché Egli indica la via da seguire, dell’amore, della conoscenza. Quindi l’uomo, pur immerso in condizione d’illusione, può giungere a Conoscere, (grazie all’aiuto di Krishna, cioè di quell’aspetto del divino Brahman che la carne-illusione comunque contiene) attraverso la realizzazione mediante ascesi del Sé stesso. Dunque, dall’illusione-molteplice ci si Risveglia alla Realtà-Uno seguendo la Luce nel profondo del cuore, come una guida che ci esorta a seguirla distruggendo l’Ego sul campo della nostra battaglia interiore.
“Le vie del Signore sono infinite”: per raggiungere questo ricongiungimento vi sono molte vie e nessuna esclude l’altra, non vi è intolleranza fra loro. Lo Yoga, scuola ortodossa fondata sulla rivelazione, afferma però che l’uomo ottiene la liberazione della Conoscenza attraverso vere e proprie discipline che educano la mente (Citta) liberandola dalle “engrafie” (codifiche di informazione nella memoria) del passato e dalle sue tendenze. In particolare, lo yoga si basa su tecniche di concentrazione e respiro che inducono a stati auto suggestivi ed auto-ipnotici, giungendo al controllo della volontà altrui e a esperienze cosiddette “paranormali”.
Il Veda racconta di un seguace di Rudra che beve dalla coppa di Dio e vola in estasi nell’aria e vede il destino di tutti gli esseri (Veda, X,136).
La Bhagavad-Gita stessa fa grande riferimento alla pratica dello yoga come strumento di conoscenza. Dunque, personalmente, ritengo che pur partendo da presupposti diversi le “indagini psicologiche” effettuate dallo yoga abbiano alcuni punti comuni con l’ipnosi non yogica, per lo meno per ciò che riguarda alcuni suoi (primi) risultati.Vorrei aggiungere che la permanenza di “impressioni” da una “precedente vita” a un’altra o a un intero “clan” familiare, non è una teoria così diffusa e accettata. Pur non condividendo in toto le spiegazioni di L.M.A. Viola, tengo a riportare alcune sue interessanti considerazioni a completamento di questo discorso. Egli evidenzia che la Psiche, da considerarsi il riflesso dell’“atman” o della “persona divina primordiale” e principio del somatico, s’incarna dopo la morte del corpo (e dopo successivi “stalli”, la cui spiegazione eventualmente richiederà un nuovo argomento) ma non mantenendo un’identità psicofisica, un ego somatico permanente, ma “trasferendo qualità e opere da un misto psicofisico a un altro”. Il Nous, il principio, Sole, pur rimanendo in sé si riflette nella Psiche, la Psiche, pur rimanendo in sé si riflette nella temporalità. L’Essere divino rimane in sé pur riflettendosi nella molteplicità. Questo sistema, dunque, nega una reincarnazione così come generalmente è intesa, in altre parole, come il recupero dell’Io precedente.
A questo proposito trovo similare la considerazione di Sankara per il quale il manifesto è illusione e non vi è dualità. Mi sento di aggiungere che l’assenza di dualità, e di risposte inerenti alla questione, non è un limite dei Veda indiani, ma un’antica attitudine, che precedette anche le Upanishad, a non considerare affatto (cedendo all’errore) la partizione di Essere e Divenire, che implicitamente conduce a considerare l’uomo un contenitore limitante il principio illimitato che non si sa perché inizia a manifestarsi.Quindi, l’Essere personale universale o Hiranya-garbhao, Aureo Germe sinonimo di Agni, Rudra e Brahma, appare plurale, ma in realtà è Uno.
Il ricordo nell’esperienza ipnotica, dunque, sarebbe l’espressione d’illusioni “alternative”, tuttavia, attraverso la purificazione (e l’uso-orientamento “ragionevole” dell’Intelletto) vi sarebbe una progressiva perdita d’individualità anche in queste visualizzazioni, che condurrebbe all’immedesimazione nella totalità e per semplificazione, e per stadi, all’Uno.