sabato 11 dicembre 2021

Quanti anni sono passati? 
Ad un certo punto, qualcuno va sotto copertura e in qualche modo brucia ciò che era prima, cambia identità, persone che frequenta, luoghi, obiettivi, ma le missioni non sono per sempre, giusto? Quando decidi di farlo, sai che ne sei in grado altrimenti sei solo una persona che perde per sempre il senno. Ho visto le persone bruciare, gente che non aveva ben chiaro quale fosse il proprio motore immobile, la propria identità. Se non ritorni è perché non sapevi chi fossi, non lo sapevi prima e di sicuro non lo scopri poi. 
Questo è il mio pensiero a riguardo. 
Io avevo una radice (quante volte ho pensato alla radice, quando mi sentivo smarrita??), sapevo chi ero o comunque ci ho creduto e questo è bastato, per questo sono qui adesso, perché inizio a sentirmi diversamente, perché ripenso a ciò che ho lasciato indietro ed è arrivato il momento di riprendere alcune cose del passato. 
Dedico il mio ritorno a due persone che si conoscono senza conoscersi, a due anime affini che si interrogano sul loro ruolo, a volte facendosi prendere dallo sconforto, sentendosi aliene. 
Non so perché mi hai cercata, forse era scritto così. 
 

martedì 28 febbraio 2012

sogno

Passeggiavo alzando un ventaglio che mi isolasse dal mondo. Non so se fosse proprio sufficiente a farmi credere di essere io ad alzare quel muro perché provavo la sensazione sconfortante di un isolamento forzato, di una solitudine emotiva non voluta.
Indossavo un abito nero, non troppo largo, lungo fino alle caviglie e abbastanza cupo per darmi un'aria vecchia.
Sentivo di non avere speranze, ormai ero una donna con la vita alle spalle e mentre passeggiavo su una passerella chissà dove, pensavo a quanto avessimo vissuto lontani, io e mio marito.
Lui con una prioritaria necessità di lavorare e io con una prioritaria necessità di sentire vicino il mio uomo. Troppo distanti uno dall'altra, per essere felice.
Passeggiavo lentamente accanto all'acqua di un lago o di un fiume, ripensando a quell'uomo seduto alla scrivania, molto probabilmente anche in quel momento, in cui ero ancora sola.

giovedì 5 gennaio 2012

Il braccio teso mi assicurava ben dritta in piedi di fronte alla vetrata dell'autobus in corsa. Eravamo quasi arrivate alle nostre rispettive destinazioni. La mia collega scese prima di me, la sua abitazione era una di quelle sul viale alle quali stavo prestando molta attenzione, attratta da quei fazzoletti di terra argillosa e secca che tutto sommato mi piacevano e mi davano l'idea di semplicità di campagna.
Eravamo d'accordo che ci saremmo ritrovate presto a sorseggiare quel fantastico thè alla menta marocchina di cui avevamo parlato durante il viaggio. Io non scesi di lì a poco, come pensavo sarebbe successo: la strada aveva assunto un aspetto strano, quasi minaccioso.
Il caldo marrone della terra era diventato grigio e le case erano molto più alte, l'asfalto bagnato dalla pioggia rifletteva le luci di un viale molto più grande e trafficato. Se non avessi saputo di trovarmi nella mia città avrei anche potuto pensare di essere in un altro luogo, per esempio sul Viale dei Campi Elisi di Parigi o un posto simile.
I palazzi erano maestosi nello stile classico e io mi ritrovai in una stanza altissima e quasi buia di fronte a una donna che mi disse chiaramente che ero io a creare tutto questo e che se avessi voluto rivedere la stradina di casa mia, avrei dovuto soltanto immaginarla.
"Certo, dissi, so di essere l'artefice del mio sogno, ma non sono ancora in grado di restarci. Come definiresti la zona che sta fuori da questo centro classico?"
"La zona degli immigrati".
Mentre mi domandavo che cosa ci facesse la mia casa in una zona di "immigrati", capii il vero senso di quella parola e decisi che era arrivato il momento di andarmene.
Non so nemmeno io come, finii in un locale pubblico dove notai un bambino sgridato dal padre. Il bambino, molto risentito, disse con tono pacato, ma deciso, verso il padre: "Guarda che dentro e questo corpo, c'è un adulto!!"
Trovai tutta questa faccenda incredibilmente fantastica e rivolsi lo sguardo verso il genitore, pronta a tappargli la bocca in caso contraddicesse la sacrosanta verità detta da suo figlio, ma grazie al cielo non lo fece, anzi rimase ammutolito.
Allora decisi di intervenire io e suggerii al bambino di non scordarsi mai questo particolare, molto importante per la sua esistenza futura, e di non lasciarlo andare specialmente durante l'adolescenza quando si tende ad archiviare tutto per diventare un adulto insignificante qualsiasi. Il bambino mi chiese come fare e lontana da orecchi indiscreti, glielo spiegai.

mercoledì 4 gennaio 2012

Almeno una volta nella vita, tutti abbiamo dato troppa importanza a persone che hanno talmente poco a che fare con noi che la loro presenza e il comportamento così dissimile alla nostra natura alterano l'equilibrio che intendiamo conservare o raggiungere.

Tale potere dagli effetti per noi antievolutivi cresce proporzionalmente all'attenzione che il nostro Ego focalizza su di esso, nell'intenzione di distruggere quel nuovo nemico visto come ostacolo alla sua esclusiva predominanza su di noi.

L'energia che il nostro corpo spreca mentre il nostro Ego è completamente assorbito dal suo osservare, ci rende schiavi sia dell'osservatore sia dell'osservato. In altre parole, diventiamo succubi di una sete di desiderio o di vendetta e succubi di ciò che abbiamo deciso dovrà appagare tale sete, costi quel che costi.

E certamente ci costerà uno squilibrio energetico, mentale e fisico, figli dell'abbandono alla tendenza più bassa di noi, quella istintiva e rettile che una volta, in quelle che abbiamo creduto per tanti anni semplici fiabe, disegnavano a forma di drago.

Ma oggi è cambiato qualcosa. Da una parte l'Ego ci sprona a venire a capo di quelle insidie che ci infastidiscono quotidianamente, prendendole di petto per annientarle, annientandoci a nostra volta. Dall'altra parte una vocina sussurra che la nostra morte non sarà certo l'arma adatta a sconfiggere un nemico che non muore mai. L'unico modo per vincerlo è isolarlo, denutrirlo.

Ecco allora che la nostra mente inizia a spostare l'attenzione verso nuove direzioni, un po' alla volta, rimanendoci sempre più a lungo perché ci rendiamo conto che esistono situazioni più conformi alla nostra natura, persone più simili e adatte a noi, circostanze che non intaccano il nostro equilibrio e dunque ci consentono di vivere più tranquillamente.
Abbiamo meno necessità da appagare attraverso l'intervento del nostro Ego.
Il nostro Ego parla di meno, conserviamo più energia e ci sentiamo più forti.
Comprendiamo che le circostanze più basse non fanno più parte della nostra natura e ci rendiamo conto di aver compiuto un passo in avanti.
Ma quella vocina che ci suggeriva tutto ciò, di chi era?

E la nostra avventura continua alla scoperta del nostro Castello pieno di sorprese e novità, fra prese di coscienza sempre maggiori e nemici di volta in volta meno grossolani e di gran lunga più abili e celati ai nostri sensi.




mercoledì 7 dicembre 2011

Benevolenza

Quando mi descrissero l'arte della Benevolenza, così com'è intesa da Dyer nel suo libro "Il potere dell'Intenzione", ho avuto un brivido alla schiena.
Sono passati alcuni anni da allora, ma ogni volta che ripenso allo sguardo della persona che me ne stava parlando, provo ancora oggi un senso di inquietudine, anzi, oserei quasi dire di paura.
Lei è una donna che mostra grande sicurezza e sapienza. Ha lunghi e corposi capelli neri separati da una riga dritta sulla testa. Qualche filo bianco la fa apparire più matura anche se il suo viso e la sua pelle non lasciano trasparire l'età anagrafica.
All'inizio non sapevo quanti anni potesse avere, a volte mi sembrava una ragazza, altre volte mi dava l'idea di essere una donna sperimentata.
Il giorno in cui la conobbi c'era un'aria magica. Ci siamo viste, ci siamo fermate a guardarci e poi una delle due deve aver detto "caffè".
Ricordo che il nostro incontro deve aver smosso qualcosa di speciale. Gli sguardi degli amici in comune seguivano i nostri passi da una reverenziale distanza, ma si capiva, dalle loro espressioni, che erano nate diverse domande prive di risposta.
Non ricordo esattamente come siamo finite al bar insieme, da sconosciute, ma so perfettamente cosa successe dopo.
Ero seduta di fronte a lei a un tavolino che dava sulla strada: una stradina in cui passava solo qualche vecchio passante, ogni tanto. L'aria frizzantina del mattino non sembrava affatto la brezza del mar di Calabria, dove pensavo di essere, invece, rispecchiava l'animo delle rocce su cui poggiava quel paesino sui colli.
Le prime cose che ci dicemmo riguardavano qualcosa che aveva a che fare con le rune e con la tradizione germanica. Eravamo in sintonia su questo punto: avevamo scoperto di essere entrambe venete e affascinate dal mondo nordico, molto più che dalla tradizione romana.
Anzi, che cosa ci facevo, io, li? A volte mi domandavo se la mia presenza, e a questo punto anche la presenza di questa misteriosa donna, non fosse un simbolo, la celebrazione dell'amicizia fra Roma e i barbari. Nessuno cedeva, ognuno convinto delle proprie radici mistiche e nonostante questa sicurezza, banchettavamo, cantavamo, dormivamo insieme.
Non esistevano barriere ideologiche o religiose, finalmente per davvero.
Alla nostra colazione si era aggiunta una ragazzina, appassionata di magia runica e di crema al latte di mandorle. Chiedeva alla Signora delle Spade consiglio e spiegazioni sull'uso dei simboli, già convinta di essersi seduta accanto a una Maestra.
Sì, è vero, ne aveva tutta l'aria e il fare, deciamente scombussolanti.
L'aria si faceva fresca, anziché intiepidirsi col passare del tempo. Non so quante ore rimanemmo li, io persi il controllo sia del tempo che dello spazio e avrei potuto essere benissimo dentro un sogno.
Ad un certo punto mi sembrò di non avere la Signora delle Spade di fronte, ma un'indiana d'America ché il suo volto ne aveva naturalmente i lineamenti.
Oltre alla scherma medievale, la sua passione più grande era l'erboristica curativa, cosa che ne aveva già quasi fatto una sciamana.
Io e lei instaurammo presto un rapporto di reciproca simpatia e amicizia. Lei, più grande ed esperta, mi raccontava gli aneddoti della sua vita, io, molto più semplicemente, non potevo fare altro che ascoltare.
Una sera ci lasciammo coinvolgere dall'osservazione astronomica, e per la prima volta ebbi la sensazione di essere io quella osservata da lassù e provai una sensazione di brivido e paura.
Diventammo inseparabili: ci isolavamo a parlare delle cose più misteriose e pareva stessimo lucidando un segreto da tramandare a generazioni future.
Ma le mie guerre interiori stavano erodendo a poco a poco quella parte di Ego che fino a quel momento mi aveva fatto sentire eternamente "allieva".
Non me ne ero resa conto perché passavo ogni secondo della mia vita a rattristarmi per una Via che non trovavo, né in tradizioni che avevo imparato a conoscere in anni di appassionato studio privato, né in Maestri in carne ed ossa cui mai pensai di affidarmi.
Mi ostinavo a pensare che io potevo essere l'unica maestra di me stessa, anche se non sapevo quale direzione prendere e come agire.
L'arte dell'erosione inconsapevole, però, ha a poco a poco distrutto molto del mio modo di vedere la vita e anche il mio rapporto con la Signora è mutato.
Iniziai a vederla con occhi diversi, ad ogni nostro appuntamento, sempre di più.
Non era più quella Donna misteriosa e forte: i tratti decisi del viso e il carattere selvaggio e irriverente, così autonomo e autorevole, stavano diventando uno scudo, come quello che usava nell'Arte della Guerra di cui è Magistra.
Aveva forgiato il suo corpo ben fatto, tatuato con simboli e volti, così come quotidianamente batte i metalli per farne diventare gioielli, trasformando pezzi di oro grezzo in qualcosa di diverso, e lo stesso procedimento usava su se' stessa, per dare di volta in volta l'immagine che desiderava.
Se io non avessi avuto la costanza di ascoltare, capire, scoprire e interrogarmi, avrei potuto pensare che si trattava di astute mosse d'"agguato".
Avrebbe potuto ingannare chiunque in questo, e lo faceva, forse, prima di tutto lo faceva inconsapevolmente con se' stessa.
Ma non con me.
Iniziai, infatti, a vederla come una donna fragile. Insicura di come avrebbe potuto condurre i suoi mestieri, alla ricerca di una fortuna che le avrebbe permesso di riprendersi suo figlio, prima della fine dei Tempi. tanto vicini a suo parere.
Iniziò ad apparirmi dolce e gentile come un serpente quando ha già mangiato.
Aveva una psiche complessa, assolutamente imprevedibile, questo sapevo di lei.
In una delle ultime occasioni in cui la vidi, mi parlò della benevolenza: mi spiegò che grazie a Dyer aveva capito come muoversi nel mondo.
Mentre parlava, rividi sfigurarsi il volto stavolta in una dura smorfia per lo sforzo a seguire i muscoli delle labbra nel dire la parola "benevolenza". Gli occhi furono pervasi da una luce oscura e ancestrale e mi fissavano: era come se avessi guardato nell'abisso.
Ricordo di aver provato di nuovo il brivido e in quel momento capii che non ero io a seguire la sua Luce, suggestionata e persa, ma viceversa.





martedì 6 dicembre 2011



A Ettore Majorana

sabato 3 dicembre 2011



A Nikolaj Aleksandrovič Romanov