Itaca
Se c'è un libro che amo leggere è la raccolta di pensieri di Marco Aurelio, che trovo edificante almeno quanto il sogno di Scipione e bello almeno quanto Amore e Psiche.
Ho sempre nutrito un amore particolare per i classici e la mia immaginazione ne ha fatto spesso dei film assolutamente magnifici, nonostante opere come la grandiosa Odissea l'abbia colta non prima di tre anni fa, ché dire capìta sarebbe una parola grossa.
Kostantin Kavafis ha colto il senso del viaggio. Marco Aurelio coglie il modo con cui si viaggia, e non è certo stato l'unico, i versi aurei trasudano altrettanta consapevolezza.
Il benessere come ordine interiore, la solitudine come la pace della propria anima: condurre una vita virtuosa. Sembrano frasette zen simpatiche e beneauguranti. No, appena si inizia a comprenderne il significato, si inizia il viaggio. Si vive se si parte.
La corazza con cui ci si getta nella mischia per sopravvivere, "qui e adesso" soltanto, la durezza delle proprie convinzioni e delle proprie condizioni, le opinioni, le ostinazioni, sono esattamente ciò che ci conduce costantemente fuori rotta.
Sembra una pazzia, ma scegliamo molto di quello che sembra congiovarci o proteggerci, che all'apparenza ci sembra utile e perfino indispensabile. Sfido chiunque ad alzare le chiappe dal bellissimo e comodo sasso vicino la foresta, per urlare salendo la montagna verso la vetta e sfido chiunque augurarsi, come Kavafis, che tale strada sia lunga.
Una volta, un tizio mi fece una domanda incredibilmente intelligente nonostante sembri di una banalità disarmante. Mi chiese: "ma se tu un giorno arrivassi Là e non trovassi quello che ora pensi di trovarci, riterresti di avere vissuto sbagliando tutto? "
D'istinto mi verrebbe da dire che avrei vissuto una vita falsificata, un po' come l'umanità cresciuta nell'errore del vuoto oltre le colonne d'Ercole.
Mi accorgo che il discorso ha anche un senso critico e pratico. Ci si sta interrogando sul proprio cammino, si sta considerando la possibilità che le proprie aspettative siano illusorie e, nonostante questo, si è chiamati a procedere, costretti quasi dalla nostra natura più intima e inconscia. Talvolta controvoglia.
In nome di cosa? Di un sogno?
In fin dei conti, il mondo è andato avanti così. Con grandi sfide, le più grandi vittorie sono state raggiunte grazie all'energia che infonde un sogno nella mente dell'uomo. E tutto questo discorso per dire cosa? Per rispondere alla domanda di qualche anno fa. No, non è inutile, non è sbagliato lottare per quello in cui crediamo anche se quello in cui crediamo è un'idea, figlia dell'uomo come tutte le idee. E' sbagliato il modo in cui si lotta: guardare in alto sbattendo il naso sempre sullo stesso punto come succede a chi non si guarda attorno ed è troppo assorto nella contemplazione di un miraggio, è sbagliato credere che il sasso comodo vicino alla foresta sia la vetta che si andava cercando, e si finisce per arenarvisi.
Chi si aggrappa anche a un piccolo sasso, sale più di chi bivacca su quello grande e suppongo che il più delle volte, chi si aggrappa sia anche il più deriso. Finché è a portata d'occhio. Oltre, si è talmente piccoli e le prospettive sono così differenti che ogni cosa, pur non perdendo il suo significato, ne è ridimensionata. Allora si comprende il viaggio raccontato da Cicerone, e la grandezza della propria terra, per quanto piccola sia.
Ho sempre nutrito un amore particolare per i classici e la mia immaginazione ne ha fatto spesso dei film assolutamente magnifici, nonostante opere come la grandiosa Odissea l'abbia colta non prima di tre anni fa, ché dire capìta sarebbe una parola grossa.
Kostantin Kavafis ha colto il senso del viaggio. Marco Aurelio coglie il modo con cui si viaggia, e non è certo stato l'unico, i versi aurei trasudano altrettanta consapevolezza.
Il benessere come ordine interiore, la solitudine come la pace della propria anima: condurre una vita virtuosa. Sembrano frasette zen simpatiche e beneauguranti. No, appena si inizia a comprenderne il significato, si inizia il viaggio. Si vive se si parte.
La corazza con cui ci si getta nella mischia per sopravvivere, "qui e adesso" soltanto, la durezza delle proprie convinzioni e delle proprie condizioni, le opinioni, le ostinazioni, sono esattamente ciò che ci conduce costantemente fuori rotta.
Sembra una pazzia, ma scegliamo molto di quello che sembra congiovarci o proteggerci, che all'apparenza ci sembra utile e perfino indispensabile. Sfido chiunque ad alzare le chiappe dal bellissimo e comodo sasso vicino la foresta, per urlare salendo la montagna verso la vetta e sfido chiunque augurarsi, come Kavafis, che tale strada sia lunga.
Una volta, un tizio mi fece una domanda incredibilmente intelligente nonostante sembri di una banalità disarmante. Mi chiese: "ma se tu un giorno arrivassi Là e non trovassi quello che ora pensi di trovarci, riterresti di avere vissuto sbagliando tutto? "
D'istinto mi verrebbe da dire che avrei vissuto una vita falsificata, un po' come l'umanità cresciuta nell'errore del vuoto oltre le colonne d'Ercole.
Mi accorgo che il discorso ha anche un senso critico e pratico. Ci si sta interrogando sul proprio cammino, si sta considerando la possibilità che le proprie aspettative siano illusorie e, nonostante questo, si è chiamati a procedere, costretti quasi dalla nostra natura più intima e inconscia. Talvolta controvoglia.
In nome di cosa? Di un sogno?
In fin dei conti, il mondo è andato avanti così. Con grandi sfide, le più grandi vittorie sono state raggiunte grazie all'energia che infonde un sogno nella mente dell'uomo. E tutto questo discorso per dire cosa? Per rispondere alla domanda di qualche anno fa. No, non è inutile, non è sbagliato lottare per quello in cui crediamo anche se quello in cui crediamo è un'idea, figlia dell'uomo come tutte le idee. E' sbagliato il modo in cui si lotta: guardare in alto sbattendo il naso sempre sullo stesso punto come succede a chi non si guarda attorno ed è troppo assorto nella contemplazione di un miraggio, è sbagliato credere che il sasso comodo vicino alla foresta sia la vetta che si andava cercando, e si finisce per arenarvisi.
Chi si aggrappa anche a un piccolo sasso, sale più di chi bivacca su quello grande e suppongo che il più delle volte, chi si aggrappa sia anche il più deriso. Finché è a portata d'occhio. Oltre, si è talmente piccoli e le prospettive sono così differenti che ogni cosa, pur non perdendo il suo significato, ne è ridimensionata. Allora si comprende il viaggio raccontato da Cicerone, e la grandezza della propria terra, per quanto piccola sia.




3 Commenti:
Sei cresciuta Hirmengard. La tua mente e soprattutto il tuo cuore sono diventati come un grande fiore. Non ho più la facoltà di sentirne il profumo ma ne vedo la brillantezza del colore. Sono felice di averti vista nascere...
Un abbraccio
Johakim
Cara Johakim, ho cercato di commentare il tuo blog qualche volta, ma non è stato possibile. Forse ho qualche problema tecnico?
Grazie per il tuo commento, sei molto cara e Gentile. In realtà so di essere molto lontana e probabilmente il bello del gioco è proprio questo.
Io resterò aggrappata anche al più misero sasso, finché avrò unghie per farlo. Un bacio
Non so perchè tu non riesca a commentare. Mi spiace ma mi fa piacere che tu venga a trovarmi anche senza scrivere nulla.
Un abbraccio
Johakim
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