giovedì 25 settembre 2008

Ex astris, scientia

Io guardavo fuori del finestrino e solo le stelle mi facevano capire che mi trovavo ancora sulla terra. Avevo appena chiuso il mio libro per poter gustare gli ultimi momenti in un paese di altri tempi. Fuori pioveva, ma i ragazzi si erano già radunati a giocare sotto il portico di una vecchia osteria, mentre la mia mente analizzava il respiro immenso di quel giorno passato fra la nevi settembrine.
Non avevo temuto il freddo in quelle ore e sembrava che ora le montagne mi salutassero piangendo, in armonia con le nuvole, le stesse che al mio arrivo avevo pregato di restare ferme sulla cima più alta, affinché potessi godere del sole nella mia passeggiata fra i vecchi fienili abbandonati.
Era il primo giorno di sole, le fontane traboccavano d'acqua gelida. Un ragno si scaldava al centro della sua ragnatela, mai prima ne avrei guardato uno pensando addirittura che fosse bello.
Ma stavo partendo.
Accorgendomi di temere il buio più di sempre, come se potessi pensare i pensieri meno luminosi e attrarre in questo modo le realtà che non voglio, iniziai ad interrogare gli astri e gli astri iniziarono a rispondermi nel modo più semplice per comunicare in quella condizione. La frase che uscì sembrava la conferma di tutto ciò cui stavo riflettendo, avrei trovato il modo di uscire dal buio, il mio Cammino sarebbe stato sacro, avrei ritrovato Casa, e il Maestro mi stava percependo? Se vuoi uscire dal buio accendi la tua luce, Maestro, linea verticale, Atlantide.
Sorridevo come se la vita mi avesse fatto uno scherzo allegro con questo strano puzzle, pur avendo risposto in modo chiaro ai miei dubbi.
Quel pomeriggio l'Accademia aveva presentato l'uomo più potente di allora, aveva reso omaggio al suo sorriso magnetico e naturale. Al suo nome un brivido ha scosso ogni cellula del mio corpo, la prima, la seconda, la terza volta. Ma io non riuscivo a vedere la sua grandezza nel potere se non in quella che scaturisce da un bambino, nella purezza.
Mi sono ritrovata al museo a guardare un concentrato di vita, riassunta in 33 giorni papali, con le lacrime agli occhi. Continuavo a vedere il bambino e nella gioia di chi festeggiava la notizia, provavo la macabra sensazione di un veggente che sa.
Ora ero lì, con lo sguardo verso il finestrino ormai strisciato dall'acqua, con tutti questi pensieri sparsi nel cervello, con le emozioni che andavano e venivano assieme alle curve della strada che mi ricordavano carezze.
Sto sentendo una musica bellissima, dopo un lungo periodo passato quasi senza ascoltare.



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